martedì, 29 settembre 2009
I celti e la musica: una spinosa questione.

Spesso alle manifestazioni di ricostruzione storica i visitarori possono assistere all'utilizzo di diversi strumenti musicali, quali corni bovini, trombe, cornamuse, percussioni, strumenti a corde (attualmente l'unico cordofono che io conosca di proprietà di un gruppo storico celtico è la lira del Teuta Brig  e quella della  Katerva Kattibrogos).
E' divenuta 'mitologia', in più, che la musica folkloristico-popolare di alcuni paesi sia definita 'musica celtica': parl
o della musica di paesi quali Irlanda, Scozia, Galizia, Galles, Bretagna..cioè di quei paesi che ad oggi sono definiti gli ultimi baluardi celtici. Gli strumenti in dotazione sono per lo più la cornamusa, l'arpa, il bodhran ecc.

Questo mio testo nasce dall'esigenza di portare un po' d'ordine nella musica celtica, riportando quelli che sono gli strumenti musicali che le fonti letterarie, iconografiche e archeologica riportano per i celti continentali e britannici (tralascio l'ambito irlandese per le sue peculiarità) durante l'età del ferro.

>>Gli strumenti musicali del mondo antico mediterraneo (breve riassunto) :


Lo strumento musicale ad oggi più antico del mondo è un flauto: costruito in osso di 'grifone' (un enorme avvoltoio), è stato rinvenuto nella valle di Ach, nel sud della Germania durante uno scavo, nell'estate del 2008. La datazione vede lo strumento costruito durante il paleolitico, tra il 40.000 ed il 35.000 avanti Christo. Lo strumento è, sfortunatamente, spezzato, ma la parte rimasta misura 21,8 cm di lunghezza, presenta 5 fori ed ha un beccuccio a V.

Qui la pubblicazione della scoperta, sul magazine britannico NATURE
Qui si può scaricare il suono dello strumento (cliccare col destro e scegliere Salva oggetto): FOCUS

 




>>Il mondo calssico
(tralascio quasi totalmente l'a realtà egiziana e medio-orientale):

La Grecia classica suona diversi strumenti, cordofoni (cioè strumenti a corda vibrata, pizzicata, percossa) e aerofoni (cioè strumenti ad 'aria').
I più famosi sono l'Aulos, uno strumento a canna con ancia e bocchino (spesso doppi); la Lira, la cui cassa armonica era spesso fatta con il carapace di una tartaruga (come quella che la leggenda vuole appartenere ad Apollo), e la sua sorella maggiore, la Cetra:

 

 

Questo splendido affresco della tomba etrusca detta 'dei Leopardi', a Tarquinia (500 ac), presenta un suonatore di aulos ed uno di lira (con carapace per cassa armonica?):


Dalla lira proviene il Barbiton, strumento di cui per primo parla Esiodo nell'VIII ac, e che Luciano definisce Lyra maior: essa infatti era una lira di grande dimensione (90 cm?) con i due bracci lunghi e sottili:



 

Etruschi prima e romani poi scendevano in battaglia al suono del Lituus (una specie di corno eneo, lungo un metro) e della Buccina (avrei voluto mettere la fotografia della buccina etrusca esposta al museo nazionale etrusco di Santa Giulia a Roma ma non ne ho trovato una foto):

 



 

 
Salpnix si chiamava la tromba da guerra greca, e Giustino dice che il primo a suonarla fu un certo Tyrtaeus, spartano, nella guerra contro i messini (Giustino, libro III, dedicato alla legislazione spartana di Licurgo)






In questo mosaico romano si vede bene la varietà degli strumenti musicale del mondo romano, utilizzati per piacere, per accompagnamento, come supporto nella tragedia (per ex. l'aulos):

da destra:
- Tympanum, da cui deriva il nostro termine Timpano; si tratta di un tamburello suonato a mano (come nella taranta)
- Cymbali (o Crotali), i cosiddetti piattini
- Tibiae, simile all'aulos greco, fatto appunto con una tibia ovina








Aggiungiamo anche il Sistro, strumento sacro della dea egiziana Iside:

















Questi dunque sono alcuni degli strumenti musicali più utlizzati e conosciuti del mondo antico mediterraneo. Ho volutamente tralasciato alcuni oggetti, quali le siringhe (flauto di Pan), l'organo (ebbene si, il primo organo appare già nel II avanti Christo) in quanto questa vuole essere solamente una carrellata per mostrare la grande varietà degli strumenti musicali che si potevano ascoltare nei palazzi dell'aristocrazia, nelle vie pubbliche, nei teatri, ai simposi ed ai convegni del mondo antico avanti il Christo.



>>La strumentazione musicale nella cultura celtica dell'età del ferro:


La questione per il mondo celtico, rispetto al mondo classico, è differente!
Differente perché l'archologia celtica non gode delle stesse evidenze di cui gode qualla dell mondo greco-romano-etrusco: cioè, sostanzialmente, non sono stati ritrovati che pochissimi strumenti musicali e l'iconografia (statuaria in primis) non ci consegna che pochissime rappresentazioni di suonatori ed oggetti.
Le informazioni inerenti alla musica ed agli strumenti relative all'ambito celtico sono relativamente scarse rispetto alla mole del mondo classico: ad un discreto numero di rappresentazioni iconografiche e piccole figurine di suonatori tra l'Hallstatt finale (C2, D1 e D2, ovvero tra il 650 ed il 560) e del primo La Téne, segue un calo drastico nelle rappresentazioni  (autoctone) di suonatori nell'iconografia, ma un maggior numero di rappresentazioni di strumenti musicali appartenenti all'ambito bellico (chiaramente legato alla situazione
di quasi perenne lotta cui erano sottoposti i popoli celtici) ed un buon numero di ritrovamenti archeologici ad essi legati.


>>
Hallstatt:

Nel periodo denominato di Hallstatt, le fonti che ci permettono di avere una chiara idea di quelli che potevano essere gli strumenti musicali sono prevalentemente le raffigurazioni su vasi e la tereutica (arte della lavorazione del metallo); scarsi sono i bronzetti di suonatori ed assenti i reperti.

In alcuni vasi di terracotta provenienti dai tumuli Sopron-Varhely (Ungheria), datati alla fine del VII ac, sono rappresentate delle figure che paiono reggere in mano strumenti a corde, anche se la loro ermeneutica è tuttora dibattuta:


- su uno dei vasi, il cui tema è la tessitura (vi è raffigurato un grande telaio, a cui lavora una donna, affiancata da un'altra figura femminile con in mano una fuserola) è rappresentato un personaggio avente in mano quello che per alcuni è una lira per altri uno strumento per l'intreccio. Personalmente propendo per la prima versione. Esso è forse l'unica figura maschile della narrazione, in quanto non presenta attorno al capo i cerchiolini che invece appiono per le tessitrici;

- su un altro vase è presente una narrazione più articolata, in cui stando alla studiosa Biba Terzan (specializzata proprio nella realtà muliebre dell'età del ferro) è rappresentato, assieme ad una scena di caccia al cervo ed ad un carro, un agone musicale tra due personaggi 'armati' di strumento a corde.



Ma le fonti iconografiche più ricche del periodo ci vegono dalla toreutica dell'arte delle situle, che ha il suo apice attorno al VI secolo:
- sulla situla Benvenuti, da Este, datata alla fine del VII ac, è rappresentato un suonatore di corno seduto su uno scranno pieghevole (modello etrusco?), attaccato da un guerriero armato di lancia:


- suonatori di siringa (il cosiddetto flauto di Pan) e di lira a 5 corde sono rappresentati sulla situla della Certosa (Bologna), datata VI secolo:


- sulla situla di Vace (datata V secolo), dalla Slovenia, compare un suonatore di siringa:


- e così anche nella cosiddetta situla di Providence:

Come si vede bene nelle immagini, i suonatori rappresentati sulle situle sono tutti seduti ad una sorta di banchetto.

Contemporanea ai suonatori delle situle è una statuetta bronzea di suonatore da
Szàzhalombatta (Ungheria), datata VI ac:
sembra trattarsi di un aulos doppio e, nel caso, sarebbe l'unica rappresentazione dell'utilizzo di tale strumento nel mondo celtico prima di Roma.

Personalmente vedo nei due strumenti una doppia tibia frigia:
 



>>La Téne
(prima metà del V - 50 ac circa):

>>La figura del bardo:

Per tutto il periodo detto di La Téne i celti continuarono a suonare certamente; gli 'addetti ai lavori' della musica erano i Bardi, dal gallico Bardos.

Molte sono le attestazioni letterarie di questi personaggi, spesso definiti poeti (così come i druidi sono definiti, dai greci, filosofi): il termine bardo compare nell'opera del grammatico narbonese Festo (34, 11), in quella di Lucano (BCiv. I, 449), in Timagene citato da Ammiano Marcellino (XV, 9, 8), in Diodoro Siculo (V, 31), da Posidonio (XXIII) da Ateneo (VI, 49), Strabone.
Diodoro Siculo li definisce propriamente 'poeti lirici' che accompagnano i loro canti (inni e satire) con la lira; per Strabone sono poeti e cantanti; Ammiano Marcellino (che riporta Timagene) dice che cantano accompagnati dalla lira le gesta degli uomini più illustri.


Sul canto degli uomini illustri ci informa anche Posidonio, Storie, XXIII:
'Una volta che questo stesso principe (Luern) aveva dato un gran festino a data prefissata, un poeta di questi barbari arrivò troppo tardi. Egli dunque andò incontro a Luern con un canto in cui celebrava la sua grandezza ma deplorava nel contempo il ritardo di cui faceva ammenda. Divertitosi dei suoi versi, il principe domandò una borsa d'oro e la getto al poeta che correva al fianco del suo carro. Costui la raccolse e intonò un nuovo canto nel quale comparava le tracce lasciate dal carro del principe a dei solchi dove germinavano per gli uomini dell'oro e dei benefici'.


Oltre alle attestazioni letterarie, l'epigrafia restituisce antroponimi
derivati dal termine bardo-: al genetivo patronimico Bardi (filius o filia), dall'Austria, dalla Germani e dall'Italia (Miseno); inoltre sono attestati anche dei toponimi, attestati per esempio nei pressi di Milano: Bardomagus, ovvero 'campo del bardo'

CIL V, 5872
Metilio / f(ilio) Ouf(entina) / [M]essori / [c]ollegium / [iu]mentario[rIorum)] / Portae / [Ve]rcellinae / [e]t Ioviae / [b(ene)] m(erenti) / [lo]c(us) dat(us) / ab / [p]ossessoribus / [vi]ci Bardoma[g(i)]

CIL V, 5878
C(aio) Petronio Iucu[ndo] / VIvir(o) sen(iori) / Petronia Myrsile patrono / quae HS CCCC leg(avit) possessoribus / vici Bardomag(i) in herm(am) / tuend(am) et rosa quodannis / ornandam

Il termine bardo compone poi anche il nome di un particolare capo d'abbigliamento gallico, il bardocucullus, attestato in Marziale e Giovenale, che sta a significare 'cappuccio del bardo'

Marziale, XIV,128    Gallia Santonico vestit te bardocucullo.
Cercopithecorum paenula nuper erat.
[La Gallia ti mette addosso il cappotto dei Santoni.
Poco fa era un mantelluccio da scimmioni]

Marziale, I, 53
 Urbica Lingonicus Tyrianthina bardocucullus

Giovenale, III, 8 "Si, nocturnus adulter,
Tempora Santonico velas adoperta cucullo."
[o se di notte per le tue lascivie
col cappuccio dei Sàntoni
a celarlo ti copri il capo?]


Una volta parlato della figura del bardo, a livello archeologico chi è che suona nel mondo celtico, e quali sono le attestazioni materiali per il periodo laténiano?

Come già detto, in questo periodo le evidenze sono relativamente poche, ma ci sono. Però, a discapito di quanto farebbe credere la tradizione letteraria, è principalmente l'ambito militare a consegnarci strumenti musicali (corni e trombe da guerra) e quello numismatico, mentre rarissime sono i possibili riferimenti archeologici ai bardi. Per quanto concerne invece i reperti materiali (strumenti veri e propri), c'è davvero carenza al di là dell'ambito militare (i cosiddetti carnyx, trombe da guerra con testa zoomorfa).


Gli strumenti a fiato:

>>I corni animali:

Datata V ac (ma ho trovato anche una datazione al IV), è questa statuetta in bronzo proveniente da Idria pri Baci (Slovenia), probabilmente equipaggiata secondo i modi hallstattiani e veneti dell'arte delle situle (certo ha in capo un elmo di tipo Negau, e l'abbigliamento con la tunica è effettivamente quello delle situle).


Come si vede, l'uomo ha le mani nella posizione di reggere qualcosa. Infatti, nella ricostruzione, ha nella mano destra un corno da segnalazione e nella sinistra regge uno scudo di tipo oplitico (aspis, come è rappresentato nelle situle), e ha una lancia forse appoggiata al braccio, inserita nel buchetto che si puù vedere.
A destra  l'ipotetica ricostruzione:









Da Bormio (Valtellina) proviene la famosa stele con rappresentati due armati con insegne militari e scudi: uno di essi è nell'atto di suonare un corno:



la datazione di questo reperto è controversa e dibattuta tutt'oggi; qualcuno definisce la stele pertinente al V secolo ac (elmo tipo negau, cornuto, come nel caso sloveno qui sopra), altri propendono per il I ac, ma con la volontà di rappresentare guerrieri di un'altra epoca.











>>Le trombe da guerra - canryx:

Scrive Polibio, al riguardo della battaglia di Talamone (225 ac), II, 29, 6: 
'Il numero dei suonatori di corno e di tromba era infatti incalcolabile, e poiché l'intero esercito strepitava insieme a questi, si levava un clangore così forte e prolungato che sembrava che non soltanto gli strumenti  e l'esercito, ma anche i luoghi circostanti emettessero dei suoni per l'effetto dell'eco'.
(Polibio utilizza per gli strumenti i termini greci per buccina e salpnix)

Diodoro Siculo, V, 30, 2: '
Hanno trombe di natura particolare e di tradizione barbara; infatti, quando vi si soffia dentro, emettono un suono aspro, appropriato al tumulto di guerra'.

Le trombe di cui Polibio e Diodoro parlano sono i cosiddetti carnyx, nome derivante dal tardo greco per indicare un corno musicale di origine animale. Di tali oggetti, in bronzo, ottone (o entrambi come nel caso del carnyx di
Deskford) ed addirittura in terracotta (la tromba celtiberica di Numancia) ne sono stati rinvenuti, frammentari, in diverse località dell'Europa.

Diverse sono le attestazioni iconografiche di queste trombe, che presentano tipoligie differenti a seconda del periodo e della zona di provenienza, ma tutte sono unite dall'avere il padiglione zoomorfo, cioà a forma di testa di animale.

La più antica rappresentazione di un carnyx zoomorfo proviene dal tempio dedicato ad Athena Nikephoros, sull'acropoli di Pergamo: il monumento venne fatto costruire da Eumene II (197 - 159 ac) per commemorare le vittorie sui galli galati riportate da suo padre, Attalo I negli anni 240-230:
come si vede, il fregio raffigura una panoplia gallica, con scudo ovale spinato, cotta di maglia, lancia e una tromba a testa di toro (visibile sulla destra in alto).





Attestazioni di trombe sono anche sull'arco di trionfo di
Saint-Rémy-de-Provence, sull'arco di Orange (fatto erigere da Augusto tra il 26 e il 27 ac), in cui spiccano tra scudi e lance galliche anche dei canryx; sull'armatura della statua di Augusto detta di Prima Porta, datata 8 ac circa, è rappresentata la Pannonnia pacificata come una donna con capo velato ed un carnyx in mano:

                                               Augusto di Porta Prima

       Arco di Orange




Ma forse, la pi famosa rappresentazione di suonatori di carnyx è quella dal calderone di Gundestrup, datato I ac, che presenta una sfilata militare con 3 uomini che portano alte le rispettive trombe, aventi la testa di cinghiale:





Diverse rappresentazioni di trombe provengono dlla numismatica gallica francese:
-
denario serrato di M. Aurelius Scaurius, in cui è raffigurato Bituitos re degli Arverni su biga, nudo, con lancia e carnyx (118 o 92 ac):- moneta edua, emessa da Dumnorix, con guerriero che regge in mano un carnyx ed una testa tagliata, 50 ac circa:
- e diverse altre monete, specialmente britanniche, presentano fanti o cavalieri che reggono trombe da guerra.






Dall'oppidum boemo di Stradonice proviene un bronzetto datato I ac, raffigurante un uomo, nudo, con una tromba, molto probabilmente un carnyx:







Il più antico reperto definibile come carnyx è italiano, e proviene da una tomba cenomane datata (grazie al corredo) alla metà del III ac,
proveniente da Castiglione delle Stiviere (questa è l'interpretazione di R. De Marinis):

lo strumento è composto da una testa ornitomorfa (di anatra o cigno, comunque un uccello acquatico), in lamina bronzea cava, e da un padiglione smontato, lungo e molto sciacciato. Il corpo del carnyx si presenta istoriato con una decorazione a sbalzo, tipica del terzo stile dell'arte celtica continentale (il parallelo, per esempio, è con i fregi bronzei della coeva brocca di
Brno-Malomerice)



Qui mi limito a presentare la proposta che questo oggetto, rinvenuto assieme ad altri oggetti in lamina bronzea quali un paio di ali ed un'applique forse pertinente al petto di un volatile, sia effettivamente una tromba da guerra sul genere carnyx. Tale proposta è presentata da R. De Marinis ne  La tomba gallica di Castiglione delle Stiviere (Mantova), contenuto in Notizie archeologiche bergomensi, vol. 5, 1997.

Aggiungo, per completezza che non è l'unica proposta interpretativa:
- il primo studioso della tomba, il prof. Paul Jachobsthal, a cavallo tra le due guerre vide nell'oggetto un bird-askos, cioè ad un askos (recipiente per contenere e versare piccole quantità di liquido, principalmente olio) dalla forma di uccello;
- un'altra intepretazione è quella di un oggetto cultuale, a forma di uccello acquatico: la proposta potrebbe essere cioè, che quella parte fungesse da base all'uccello. Tesi presentata da F.Hunter, in
Reconstructing the Carnyx. The Antiquaries Journal 81/2001.



Datato II secolo è il frammento di carnyx rinvenuto a
Mandeure (Francia), con testa a forma di cinghiale:





Sempre in Francia, negli ultimi anni gli scavi a Tintignac hanno riportato alla luce importantissimi manufatti in bronzo, tra cui almeno 5 diversi carnyx, di cui uno a testa di serpente. I carnix dalla testa di cinghiale, quasi interi, presentano delle enormi orecchie (fino a 40 cm di lunghezza) comunicanti col tubo, che forse avevano anch'esse una funzione acustica:




I ritrovamenti di Tintignac sono importantissimi, in quanto i carnyx quasi integri danno informazioni sulla forma del canneggio (a terminazione dritta), del bocchino e permettono di interpretare la funzione delle 'orecchie': sparsi per l'Europa sono state ritrovate delle lamine di bronzo dalla forma 'a foglia', per le quali non si riusciva a comprendere né il significato né l'ipotetico uso, venendo definite col generico appellativo di appliques. Tali sono infatti le lamine da
Abentheuer Hütte e  Kappel (in Germania), da La Tène (Svizzera) e da Trento (su cui è recentemente uscito un articolo redatto da una studiosa locale, che ha dedicato molto tempo al riconoscimento dell'oggetto, esposto al museo del Castello del Buonconsiglio).





Dalla Scozia viene il fusto del carnyx di
Tattershall, sfortunatamente smontato e praticamente distrutto dal suo scopritore. La datazione è all'inizio del I ac; la lughezza del fusto attualmente si aggira attorno a 1,30 cm (50 pollici).










Datato tra il 100 ed il 300 DOPO christo è il frammento (il padiglione) del secondo carnix scozzese, rinvenuto in un deposito di torba a Deskford, anch'esso con la testa di cinghiale e dagli enormi occhi. Il carnyx era in un deposito votivo, assieme ad altre offerte più 'quotidiane' quali ceramiche.

La particolarità di questo carnix è che, all'interno della 'bocca', è stata rinvenuta una linga lignea, che poteva muoversi mediante delle molle.

La datazione così tarda (in più è solo nel 1997 che è stato definitivamente identificato come carnyx) è dovuta al materiale con cui è costruito: lamina di bronzo ed ottone, materiale quest'ultimo che non è presente in Scozia. Pertanto si è dedottoc he fosse stato costruito con materiale romano di recupero.


Questo carnyx è stato ricostruito, ed ora viene utilizzato in concerto dal musicista John Kenny:
http://www.carnyxscotland.co.uk/index.php







Qui a sinistrale possibili ricostruzioni dei due carnyx scozzesi, a sinistra quello di Deskford ed a destra quello di Tattershall:











>>Le trombe da guerra celtiberiche:

Nella spagna celtiberica, i terribili guerrieri che Appiano (Iberiké, 97) definisce belve per la loro ferocia in combattimento, utilizzavano particolari trombe sonore, fatte in argilla:












queste due trombe (non hanno grandi dimensioni) provengono da
Izana e da Numanzia (la seconda ha il padiglione a bocca di lupo).

Sempre da Numanzia provengono queste altre due trombe:









Lo storico alessandrino Appiano, parla abbondantemente di queste trombe utilizzate già nel 140 ac (Iberiké, 78),; erano principalmente utilizzate nella particolare modalità bellica dei celtiberi, una sorta di guerrilla che i romani definivano concursus, cioè attacchi veloci con armi a getto, fughe repentine e ritorni, che sfiancavano i nemici e ne scompaginavano le fila.



>> I flauti:

Se gli strumenti a fiato più celebri dei celti laténiani furono (e sono) i canryx, essi non sono gli unici strumenti aerofoni che l'archeologia ci riconsegna: come visto all'inizio della parte legata alla cultura di La Téne, i bardi erano oltre che poeti anche musicisti, che accompagnavano il canto con la lira, i flauti e le siringhe.

Dalla necropoli di
El Cigarralejo (Murcia, Spagna) proviene un vaso datato IV ac  (definito La Téne II: questo mi fa problema, perché non conosco specificatamente la cronologia laténiana spagnola) con rappresentato un rito funerario:

Come ben si vede, al centro della reppresentazione sono un suonatore di lira (parrebbe a 4 corde) ed un suonatore di aulos (flauto doppio).


Sempre dalla Spagna (San Miguel de Liria, Valencia) viene un'altra rappresentazione di suonatori:

un suonatore di aulos ed uno di tromba che assistono ad un duello tra due guerrieri, uno armato di lancia ed uno di falcata.








Di flauti veri e propri, che io sappia ne sono stati ritrovati ben pochi, soprattutto in Inghilterra, come i due esemplari in osso provenienti dal villaggio lacustre di Glastonbury (all'apparenza con tre fori per le dita), o quello in osso ricavato da una tibia di pecora da Seaty Hill nello Yorkshire, datato tra il III ed il II ac:

Flauto di Seaty Hill, con 3 fori (uno per il pollice)




Del primo secolo ac (considerati quindi strumenti gallo-romani) sono invece i bellissimi flauti di Pan
costruiti con un unico pezzo di legno scavato:

quello proveniente da Alesia (Francia) presenta la 'scatola' incisa con motivi a
compasso.


Questa la ricostruzione dell'Ensemble Bardos:






Un altro proviene da Eschenz (nell'Untersee svizzero), e misura
11 x 8 x 1,5 e presenta sette tubi scavati nel legno.



>> La lira:

I bardi suonano la lira, s'è detto all'inizio; nelle ceramiche celtiberiche compaiono suonatori di tale strumento. Ma rappresentazioni di tale strumento si trovano anche sulle monete celtiche del II e del I ac (ne metto solo un paio, come esempio):



rovescio di una motena d'oro (la foto è in b/n) dei Redones (popolazione che abitava la parte orientale dell'attuale Bretagna) datata II ac; sotto il cavallo è visibile una lira







moneta dei Coriosolites (anch'esso un gruppo celtico della Bretagna, vicini occidentali dei Redones) datata tra l'80 ed il 50 ac: sul rovescio è visibile una lira









statere d'oro degli Arverni (popolo gallico della Francia centrale), con lira






L'unica rappresentazione (che io conosca) statuaria di una lira, nell'ambito celtico continentale, proviene dalla Bretagna (da dove vengono, per lo più, anche le monete con tale strumento): una statuetta di 42 cm in pietra, rinvenuta assieme ad altre 3 statue a Paule sulla Côtes-d’Armor, e datata sulla fine del II ac.



La statua reppresenta un uomo, con al collo un grande torques a tamponi, che regge in mano una lira a sette corde.
Se la figura rappresentata sia una divinità o un bardo non è dato sapere, ma rimane una prova inconfutabile dell'esistenza della lira nel mondo celtico atlantico prima della romanizzazione.






>>Conclusioni:

Questi sono, per l'ambito celtico dell'età del ferro, gli strumenti musicali che le fonti letterarie, iconografiche e archeologiche ci forniscono.
Nella mia trattazione ho volutamente escluso l'ambito irlandese in quanto esso rappresenta una realtà molto particolare ed a sé stante all'interno della koinè celtica, ma questo non significa che non vi siano ritrovamente di strumenti musicali, soprattutto corni.
Principalmente, per questo testo, mi sono avvalso sell'ausilio dell'articolo La musica celtica di J.V.S.Megaw, contenuto nel catalogo I celti della mostra di Palazzo Grassi (1991). Qusto perché, per l'epoca, rappresentava una summa dei reperti e delle iconografie del mondo musicale celtico. Dico per l'ìepoca perché quell'articolo è, ovviamwente, datato: se le fonti iconografiche e letterarie sono bene o male le stesse, da allora moltissimi sono stati gli scavi che hanno portato alla luce nuovi reperti, anche legati al mondo della musica.
Se, inizialmente, il motivo che mi ha spinto a scrivere questo testo era quello di parlare della statua con bardo di Paule, al fine di spronare alla ricerca anche musicale la ricostruzione storica (celtica ed antica) italiana, con l'ampliarsi del lavoro, mi sono reso conto dell'importanza per le ricadute che può avere lo studio della musica nella storia antica. La musica è parte integrante della una cultura che la suona, ed uno strumento è portatore di informazioni: in che contesto veniva usato, perché quello strumento in particolare, chi erano i suonatori. Ma anche, uno strumento musicale, ci parla delle influenze che una cultura ha avuto nel suo sviluppo, oppure ci permette di proporre analogie e parallelismi (l'aulos etrusco deriva dal greco? o viceversa? oppure si sviluppano in maniera indipendente? per fare un esempio di possibili domande).

Io non sono né uno storico né un archeologo né tantomeno un musicologo, ma solamente un appassionato di storia antica, un 'hobbysta' per così dire; ma mi permetto comunque di tirare le somme a quanto scritto. Se qualcuno è in cerca di risposte certe sulla musica deigli antichi celti non si aspetti nulla, semplicemente scriverò qualcosa di simile dai Pensées di Pascal:

- se la cultura di Hallstatt e l'arte delle situle ci forniscono per il VI e V secolo rappresentazioni di suonatori in contesti di simposio e rituali, queste però sono delimitate ad un'area geografica ben definita, cioè quella della mitteleuropa e dell'Italia nord-orientale; sarebbe però un errore credere che nel resto dell'Europa celtica non si suonasse musica. E' un fatto che, nonostante in innumerevoli luoghi (tombe o depositi), si siano preservati oggetti in materiale deperibile (legno, cuoio, osso), questi manufatti non siano che una goccia rispetto alla totalità degli oggetti in tali materiali che non sono arrivati fino a noi: dalle prove iconografiche viene che la maggior parte della strumentazione fosse in legno o osso, materiale oragnico che nel tempo (se non conservato in luogo anaerobici) di deteriora. Pertanto è possibile e niente affatto contraddittorio credere che la cultura celtica del VI e V ac (ed anche prima), anche al di fuori della cultura propriamenti di Hallstatt suonasse strumenti;

- i ritrovamenti di carnyx riguardano principalmente oggetti volutamente deposti, 'sacrificati' in pozzetti votivi o depositi: è, per esempio, il caso del carnyx di Deskford, volutamente mutilato, o quello del deposito di canryx ed altri oggetti bronzei a Tintignac. Sono, cioè, oggetti volutamente abbandonati per via del loro valore intrinseco (il metallo in primis) e simbolico. Diversamente da flauti o lire (costruiti in legno o osso), il metallo permette una maggior durata. Questo è un dato scontato. Ma da questo mi permetto di sottolineare che se, come visto, durante il periodo La Téne questi oggetti sono i protagonisti principali dell'archeologia (è indubbio che sono gli oggetti musicali più famosi e, all'ottobre 2009, numericamente consistenti) e nelle fonti iconografiche, lo dobbiamo proprio al loro essere oggetti in metallo e deposti volutamente. Difficilmente una siringa o un aulos (già in partenza svantaggiati per il loro materiale) potevano essere deposti in santuari o luoghi cultuali; aggiungo che non si conoscono tombe ad inumazione laténiane con deposti strumenti musicali (per esempio una lira), ma si conosce una tomba (Castiglione delle Stiviere) con una tromba da guerra, che è sempre uno strumento musicale ma di una particolare natura. E la tomba principesca tardohallstattiana sul fiume Grafenbuhl (Hohenasperg, Germania) col suo sonaglio cerminoniale etrusco in ferro e placchette di bronzo non ci viene in aiuto;

- confrontando il lutuo etrusco e il canryx gallico ci si rende conto che i due strumenti non sono poi molto dissimili;

 - come nell'arte delle situle, sulle ceramiche ungheresi sono attestati suonatori di strumenti a fiato (siringhe, auloii) così, s'è visto, anche durante il La Téne sono attestati archeologicamente questi strumenti. Che si trovano in tutto il mediterraneo, per non dire in tutto il mondo antico, dall'Inghilterra alla Spagna, Grecia, Siria ecc. Strumenti che, seppure nel relativamente bassissimo numero dei ritrovamenti, hanno sempre accompagnato la cultura celtica;

- seppure diversi autori parlano dell'importanza della figura del bardo, nelle fonti iconografiche (sia classiche che celtiche) non c'è quasi presenza di questa figura. Questo viene contraddetto solamente dalla statua con lira di Paule e, se possiamo definirli tali, dai suonatori dell'arte delle situle (sempre seduti);

- se ci fermiamo all'iconografia classica (altare di Pergamo, serie statuaria della galatomachia: galata morente) i soli strumenti musicali celtici sono le trombe da guerra; questo però ha per noi un grande valore: i greci, in questo caso, avevano colto il valore guerriero del celta. Quando nel galata morente inseriscono la nudità, la tromba (in questo caso una buccina, che per loro era comunque barbara) e la spada (non certamente gallica) esprimono qualcosa che è profondamente legato al combattente celtico. Qui la nudità io non la vedo tanto legata al combattere nudi dei gesati, quanto ad una incredibile prestanza fisica ed ad una profonda consinzione di sé dei celti in battaglia;

- sicuramente i galli vennero influenzati da romani, etruschi e greci (ed i celti pannonici e balcanici anche da sciti e traci?) anche dal punto di vista musicale: ma come? ci furono veri e propri scambi di strumenti come ci furono scambi di tecniche belliche e scientifiche? I flauti di Pan in un solo blocco (come quello di Alesia) sono degli alieni nel mondo laténiano vero e proprio, importati da Roma? Certo è che i pochi ritrovamenti  in ambito gallico sono databili alla metà del I ac. Ma la mancanza ad oggi di tali strumenti in epoca anteriore non ci permette una definizione precisa. Se non che tale modello di flauto compare nella statuaria alessandrina legata a Bacco e Sileno;

- molto della strumentazione classica ci viene non da reperti archeologici, ma da fonti letterarie e soprattutto da quelle iconografiche (pitture, mosaici); sfortunatamente per il mondo celtico, che non scrive se non in determinati casi e che non affresca le proprie dimore, questo non è possibile;

- quelle che oggi definiamo 'arpe celtiche' non appartengono evidentemente alla strumentazione in dotazione dei suonatori dell'età del ferro: esse infatti sembrano comparire solo dal IV secolo DOPO christo.

Ecco, ad ora queste sono le conclusioni e le domande irrisolte che mi saltano alla mente dopo avere scritto questo testo. Sicuramente non sono esaustive, come non è esaustivo il testo in sé: non è propriamente una summa dei reperti archeologici né iconografici né delle fonti letterarie legati alla musica della cultura celtica; né tantomeno lo è per l'ambito più allargato della musica antica. Permette però di avere una aggiornata panoramica di quello che è 'lo stato dell'arte' ad oggi. Molto probabilmente non passerà una nottata che altre domande si affolleranno.

Il mio testo è principalmente rivolto a coloro che si interessano di ricostruzione storica e cercano informazioni ed immagini di reperti musicali al fine di una sempre più corretta ed approfondita ricerca storica, volta alla riproposizione adeguata della vita celtica dell'età del ferro.


>>Bibliografia:

- La musica celtica di J.V.S. Megaw, in I celti, catalogo della mostra di Palazzo Grassi (1991);
- Guerrieri principi ed eroi fra Danubio e il Po dalla Preistoria all'Alto Medioevo, catalogo della mostra al Cstello del Buonconsiglio di Trento, 2004;
- Situlen Bilderwelten zwischen Etruskern und Kelten auf antikem Weingeschirr, 2009 (è la pubblicazione n. 8 dell'archeoparco di Belginum e n.2 di quello di Manching) per la parte dedicata all'arte delle situle;
-
La tomba gallica di Castiglione delle Stiviere (Mantova) di R. De Marinis, contenuto in Notizie archeologiche bergomensi, vol. 5, 1997;
- Il guerriero, l'oplita, il legionario di G. Brizzi, 2002, per alcune inforrmazioni sui guerrieri celtiberi e per la citazione di Appiano;
- Les religiones gauloises (V-I siècles av. J.-C.) di J.-L. Brunaux, 2000 per alcune informazioni in merito ai bardi;
- I druidi di F. Le Roux e C.J. Guyonvarc'h, 2000 per le notizie sulle citazioni del termine bardo;
- El vaso de los guerreros de El Cigarralejo (Mula, Murcia) di José María Blázquez,  in Studia E. Cuadrado, AnMurcia, 16- 17, 200 1-2002, págs. 171 - 176 per le informazioni in merito al vaso con suonatori da El Cigarralejo;
- Apròximacion a la danza en la antiguedad hispana. Manos entrelazadas di Raquel Castelo Ruano, in Espacio, Tiempo y Forma, Serie II, H." Antigua, t. 3, 1990, págs. 19-42 per le informazioni in merito al vaso di San Miguel de Liria.

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categoria:iconografia, costumanze celtiche
domenica, 30 agosto 2009
Viaggio etrusco. Sei affreschi a fumetti.


Il progetto "Etruscomix – L'Etruria in Fumetti", ideato dalla Soprintendenza dei beni archittettonici dell'Etruria Meridionale, nasce come veicolo per promuovere la storia e la cultura del territorio attraverso il fumetto. Curato da Napoli COMICON e Civita, questa iniziativa coinvolge Milo Manara, che ha realizzato un'immagine dedicata alla terra Etrusca, e sei autori, scelti tra i migliori talenti della nuova generazione di fumettisti italiani, che hanno reinterpretato in modo personale e originale il passato di questa terra. Per farci conoscere in modo originale il nostro passato e una civiltà affascinante, che spesso ci sfugge per la sua enigmaticità, Francesco Cattani ("L'episodio del fabbro"), Marino Neri ("Una partenza"), Paolo Parisi ("Viaggio"), Michele Petrucci ("Netvis"), Alessandro Rak ("Adonie") e Claudio Stassi ("Etruria") si sono immersi nella civiltà etrusca, antica e moderna, risiedendo per una settimana nelle cittadine di Tarquinia e Cerveteri, visitando il Museo Etrusco di Villa Giulia e, infine, realizzando una breve e suggestiva storia.
Un modo originale per conoscere il nostro passato e una civiltà affascinante, che spesso ci sfugge per la sua enigmaticità.


Edizione: Black Velvet
Prezzo: 13 euro




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categoria:fumetti storici
mercoledì, 01 luglio 2009
3-4-5 e 10-11-12 luglio Monterenzio (BO)
I FUOCHI DI TARANIS


http://www.monterenzioceltica.com

Programma dell'evento qui.

Il Teuta Brig sarà presente la prima settimana. Se vorrete farci onore della vostra visita..


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categoria:festival celtici, popolo di brig
venerdì, 12 giugno 2009

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Berna (Svizzera)
Musée Historique
dal 18.6 al 18.10.2009


http://www.bhm.ch/l-art-des-celtes.cfm


L’exposition

L’art des Celtes

Les Celtes constituent la première peuplade dont le nom est connu au nord des Alpes. Dès 700 avant J.-C., ils vont développer leur propre génie artistique tout en procédant à des échanges avec les arts grecs et étrusques.
Du 5e au 3e siècle avant J.-C., la culture celte va s’étendre des Iles britanniques à l’Italie et de la France à la Bulgarie.
Comment ce style typiquement celte s’est-il développé ? Dans quel contexte historique cette première contribution de l’Europe du Nord à l’histoire de l’art a-t-elle eu lieu?
Pour la 1ère fois, une exposition est consacrée à l’art des Celtes, de ses débuts au centre de l'Europe, à son crépuscule en Irlande, vers 700 après J.-C.

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categoria:mostre ed incontri
venerdì, 22 maggio 2009
Sabato 4 e domenica 5 Aprile 2009, nei dintorni di Varsi (Pr), si è tenuta la prima edizione della “Marcia storica celtica città d’Umbrìa”: 13 membri di vari gruppi di rievocazione storica celtica hanno simulato, a scopo sperimentale, lo spostamento di un manipolo di guerrieri in fuga.

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L’idea

Da diversi anni in alcuni paesi europei vengono indette marce storiche tra gruppi di re-enachtment, riportando l’accento su una pratica, quella della marcia di uomini in arme, che anticamente era fondamentale per ogni esercito e che invece, troppo spesso è dimenticata nelle sperimentazioni sia archeologiche sia di ricostruzione: la marcia, lo spostamento a piedi, era pratica base del soldato, al pari dell’esercizio della scherma. Essa non riguarda solamente un aspetto fisico e di fatica, ma una metodologia lavorativa ed una sinergia di capacità che vanno dalla logistica alla cucina da campo, alla capacità d’orientamento ed ovviamente alla disciplina marziale.
In Italia tale approccio alla ricostruzione storica non ha ancora preso piede, in quanto si è privilegiato l’aspetto prettamente bellico e della vita d’accampamento, in scenari (‘feste storiche’) predisposti ad uso e consumo prevalentemente di un pubblico che assiste ad una sorta di vita in diretta di un uomo o una donna celta, romani, etruschi, medievali o rinascimentali.
Diverso è però il contesto della marcia storica, che non prevede un pubblico e permette ai gruppi partecipanti di lavorare in completa libertà ed accuratezza, in una situazione di privatezza che solitamente non è permessa nelle ricostruzioni storiche.
Ricercando questa tipologia lavorativa, l’Associazione storico-culturale Popolo di Brig, in contatto col mondo della ricostruzione storica transalpino, decide di importare l’iniziativa in Italia, coinvolgendo diversi altri gruppi celtici che lavorano da diverso tempo con la branca ricostruttiva del gruppo.

I gruppi che aderiscono ricostruiscono la realtà dei gruppi celtici cisalpini della IIa metà del III secolo a.C.:
- Teuta Brig (Monza), promotori dell’iniziativa e coordinatori della marcia
- Teuta Adui (MI)
- Teuta Kenomanes Ambatii (VR)
- Tuata Vertamocori (NO)
- Toutai Argantia (FE)

Nell’impossibilità pratica di ricostruire una migrazione di massa (con donne, bambini, carri, bestiame, masserizie…) si restringe il campo ad una situazione meno complessa ma ugualmente credibile: un piccolo gruppo di guerrieri gallici, dopo una sconfitta militare, fugge attraverso un territorio poco noto, portando con sé il proprio armamento individuale ed il minimo indispensabile per accamparsi.
Il gruppo è composto in modo eterogeneo, per riproporre con veridicità una situazione di truppa composita, ed anche per meglio testare le differenti panoplie celtiche attestate nel corso del III secolo a.C.:
- una minoranza di “nobili”, guerrieri a tempo pieno con un equipaggiamento pesante e costoso: cotta di maglia, elmo modello Montefortino, spada, lancia e scudo;
- alcuni fanti leggeri, meno protetti: corazza di cuoio o assente, elmo facoltativo, scudo più piccolo, spada o lancia e giavellotto; il loro armamento è meno pesante, dunque potranno portare borracce, tascapane, piccoli fagotti;
- una maggioranza di “popolani”, addetti alla logistica ed al trasporto oltre che delle vivande anche del necessario per accamparsi: pelli, teli da tenda, corde, utensili da cucina, cibo. Il materiale viene trasportato mediante zaini (intelaiature in legno dotate di spallacci) e barelle. Come armamento hanno armi di fortuna, che sono al tempo stesso utensili da lavoro (accette per la legna, coltellacci, roncole), o al massimo archi e frombole.
Il numero di partecipanti viene inizialmente fissato intorno ai 20, con elementi di ogni gruppo partecipante, e con un rapporto ottimale tra le tre tipologie di guerrieri.
Purtroppo infortuni e vicissitudini varie ridurranno a soli 13 uomini gli effettivi sperimentatori, ma il modulo rimane sostanzialmente inalterato.
Al gruppo guerriero si aggiungono due amici in abiti civili moderni col compito di annotare le tempistiche, documentare l’evento con macchina fotografica e telecamera e, nel malaugurato caso, come aiuto in caso di imprevisti.


Lo scopo

La finalità principale è lo studio e la riproduzione, attraverso la sperimentazione pratica, delle possibilità e delle modalità di spostamento dei Celti italiani del III a.C.
La marcia è dunque volta alla raccolta di dati specifici: la velocità media, la funzionalità delle calzature e dei sistemi di trasporto (zaini, barelle, intelaiature, fagotti, borracce…), l’ingombro costituito dalle armi e dal necessario per accamparsi, le difficoltà sui vari tipi di terreno, lo sforzo fisico.
Trattandosi di guerrieri in fuga, il gruppo non può avvalersi di stoviglie e pentolame ingombranti, mentre per l’alimentazione, razioni condivisibili e di facile preparazione, quali formaggi, pane, carne salata e qualche frutto. Dovendo procacciarsi cibo diviene importante il necessario per la caccia (coltelli, archi e frecce) e per simulare la possibilità di cacciare sono stati reperiti un paio di conigli d’allevamento precedentemente uccisi. Inoltre si vogliono sperimentare le tecniche necessarie all’allestimento di un bivacco: raccolta della legna e accensione del fuoco, costruzione di ripari, pulitura degli animali da cucinare, preparazione di ricette (storicamente e contestualmente compatibili).


La preparazione

Nei mesi precedenti la marcia, in modo concertato, i gruppi coinvolti preparano tutti gli equipaggiamenti necessari per la sperimentazione, in aggiunta a quelli normalmente utilizzati durante le feste di rievocazione storica. Strumento utilissimo diviene Internet, che permette scambi di informazioni e di immagini in maniera immediata.


Il luogo

La scelta cade su Varsi (Pr), e più precisamente sui dintorni del monte Barigazzo, storico luogo di passaggio nella valle del Ceno e nel medioevo, transito della via Francigena. Il luogo, pur essendo a pochi km dall'autostrada, unisce bellezze naturalistiche (magnifici boschi di faggi e castagni, torrenti, radure.) e importanti testimonianze storiche dell'epoca trattata dai gruppi partecipanti (III-II sec. a.C.): sulle pendici del monte sorge la Città d'Umbrìa, dove sono visibili le suggestive rovine di un castelliere ligure di età preromana.
Il monte Barigazzo e i suoi dintorni sono ricoperti da una fitta rete di stradine e sentieri, spesso nascosti dalla vegetazione. Orientarsi non è facile per chi non è del posto; per simulare in modo credibile la fuga in un territorio semisconosciuto si decide che il più esperto di noi memorizzerà la cartina, ma che non la consulti se non in caso di emergenza.


Diario della marcia


Sabato 4 aprile – Giorno 1

Dopo quasi due ore spese nella preparazione degli equipaggiamenti e delle persone, il gruppo parte alle 11:20 da località Rocca, in direzione di Tosca. Quasi subito, purtroppo, inizia una pioggia sempre più intensa, che non cesserà quasi mai durante tutto l’arco della giornata. La prima parte del percorso, che costeggia campi in leggera discesa, non presenta particolari difficoltà se non lo strato fangoso che va via via formandosi e che rende sdrucciolevole il percorso, specialmente per coloro che hanno scarpe sprovviste di chiodatura.
Quando però il gruppo abbandona il terreno aperto per tagliare attraverso i boschi, bisogna aprirsi un varco con la roncola e perfino con le spade (che per legge non possono essere affilate); inoltre alcuni, a causa della ripida discesa, scivolano. Tutto ciò causa un notevole rallentamento.
Dopo un’ora di marcia, il primo grosso ostacolo: un torrente impossibile da guadare perché gonfiato dalla pioggia; quasi contemporaneamente si rompe lo zaino su cui erano state caricate le pelli; fortunatamente un popolano molto abile riesce a ripararlo, ma a causa di questo imprevisto si perde ulteriore tempo.
Trovato un altro percorso, in parte obbligatorio su strada asfaltata, il gruppo incontra la prima salita ripida, resa ancora più impegnativa dalla pioggia e dal fango; il peso degli zaini e la scomodità della barella rendono necessari alcuni cambi e soste frequenti.
Alle 14:30 l’arrivo a Tosca e la decisione di proseguire, malgrado la fatica e il maltempo.
Ripartiti intorno alle 15, i partecipanti imboccano un sentiero lastricato in direzione monte Barigazzo; rientrati nel bosco, approfittano di una breve tregua concessa dalla pioggia per consumare un pasto frugale a base di mele, formaggio, carne di maiale insaccata, carne salata e pane di farro.
Subito dopo però, una recinzione in filo spinato impone una deviazione; da qui cominciano le difficoltà di orientamento: nonostante la direzione sia, a grandi linee, chiara a tutti, le continue diramazioni del sentiero ci portano (verso le 17:30) ad un punto morto. La stanchezza e il sospetto di aver sbagliato strada cominciano a farsi sentire, e con loro qualche malumore.
Vista l’ora si decide, per evitare ulteriori sprechi di energia, di mandare quattro “esploratori” in cerca di un sentiero praticabile anche ai portatori di zaini. Nel frattempo il resto del gruppo recupera le forze, sostando presso le rovine di una casupola in pietra, mangiando qualcosa e tentando inutilmente di accendere un fuoco per asciugarsi.
Dopo quasi un’ora il gruppo può rimettersi in cammino: gli “esploratori”, dopo qualche giro a vuoto, hanno individuato un sentiero sufficientemente largo, anche se scivoloso a causa del fango e delle foglie secche. Quest’ultimo tratto è per tutti il più duro: crampi, dolori articolari e fiatone costringono, in deroga alle regole stabilite in partenza, a coinvolgere anche gli armati nel trasporto di zaini e barella.
Alle 19:44 il gruppo giunge nella radura vicina a Città d’Umbrìa; qui, dopo un immancabile brindisi a base di idromele, si prende, pur a malincuore, una decisione quasi obbligata: rinunciare al bivacco notturno nelle rovine del castelliere e rimandare al giorno successivo ogni ulteriore attività in quanto buona parte delle tende, delle pelli e dell’equipaggiamento sono bagnate; inoltre, dopo svariati tentativi il mantenimento di un fuoco notturno non è risultato possibile a causa della legna troppo umida. Senza fuoco e senza luce non è possibile allestire e difendere un campo per la notte.
A tarda sera, tornati con le auto al “campo base”, non si abbandona del tutto la sperimentazione: si prepara la cena cuocendo sul camino salsicce alla griglia e focaccine impastate sul momento con farina di farro e lardo.


Domenica 5 aprile – Giorno 2


In mattinata il tempo sembra migliorato, ma si decide di attendere, anche per far asciugare un po’ il terreno; nella tarda mattinata, però, appena scesi dalle macchine nello spiazzo al di sotto Città d’Umbrìa, ricomincia a piovigginare.
A questo punto si rinuncia in via definitiva al montaggio delle tende e dei ripari di fortuna, ma non alle altre sperimentazioni; si sale quindi al castelliere, costeggiando un laghetto che, secondo alcuni studiosi, faceva parte delle opere difensive. Qui, utilizzando selce, acciarino ed esca di canna palustre, si accende un fuoco sul quale ci si appresta cucinare.
Le salsicce vengono cotte alla brace su pezzi di arenaria o infilate su spiedini di legno fresco; si appende ad albero uno dei conigli trasportati appesi agli zaini durante il viaggio, che viene preparato e scuoiato; purtroppo le interiora sono marcite, e restano commestibili solo le cosce, che vengono cucinate sulla pietra.
Nel frattempo uno dei “popolani" prepara un piatto più elaborato: la puls, antichissimo piatto romano ma plausibile anche per altre popolazioni, a base di farro macinato grossolanamente, scalogno, grasso di carne secca (o lardo), alloro, sale e pecorino stagionato.
Verso le 17, finito di gustare il cibo, spegniamo il fuoco e dichiariamo chiusa la sperimentazione.



Conclusioni

Al termine della sperimentazione si è tenuta una breve riunione, in cui ognuno ha espresso le proprie osservazioni.
Per quanto riguarda l’equipaggiamento si è notato che:
• Le armi non ingombrano molto: un fante pesante con 10 kg di cotta di maglia, 1,5 kg di elmo, scudo (a tracolla), spada e lancia può procedere a lungo e speditamente; le lance corte, anzi, si possono usare come bastoni per aiutare l’equilibrio. Se ne desume che un manipolo di guerrieri potesse marciare in assetto di guerra senza troppa fatica. Unica eccezione, i cimieri degli elmi (penne e, specialmente, code di cavallo): utili in battaglia per il loro impatto psicologico, si impigliano ovunque quando si cammina nel bosco.
• Le scarpe non sono tutte uguali, ed è fondamentale la cura nel realizzarle: quelle in un solo pezzo hanno resistito tutte, mentre alcune di quelle con la suola cucita alla tomaia si sono danneggiate, soprattutto a causa dell’ “effetto ventosa” esercitato dal fango. La chiodatura della suola è utile per aumentare la presa sul terreno, ma anche le scarpe non chiodate mostrano una discreta aderenza, salvo che nei punti più ripidi e resi scivolosi dal fango. La fasciatura dei piedi con strisce di stoffa o lana è stata utile per il freddo e ha attutito i colpi e nessuno ha lamentato vesciche o escoriazioni.
• Gli zaini e le intelaiature di legno dotate di spallacci sono, complessivamente, funzionali. Tuttavia, quando il peso del carico è elevato (oltre 20 kg), gli spallacci “segano” le spalle se non si provvede, nella costruzione, a spallacci. Diventa a questo punto fondamentale disporre bene il carico del singolo zaino, regolare bene gli spallacci perché il peso si scarichi sulle reni e, possibilmente, imbottirli.
• La barella, tenuta sopra le spalle da due uomini, presenta diversi inconvenienti: non lascia le mani libere, se non per pochi istanti, impedendo così ai portatori di aggrapparsi agli alberi e di scostare i rovi; in salita tende a scivolare verso il portatore a valle e ostruisce, anche in piano, la visibilità; è d’impaccio nel superamento di ostacoli (rigagnoli, buche), quando chi sta davanti deve per forza avanzare con un lungo passo o con un salto. L’impressione è che la barella vada bene su terreni piani e aperti, o per i carichi indivisibili (grosse prede, feriti…); andrebbero però sperimentati altri modi per trasportarla e per fissare il carico.
• Fagotti di vario genere non ingombrano e sono utili per trasportare pochi effetti personali; particolarmente buona si è rivelata l’idea di avvolgere “a salsiccia” gli abiti di ricambio in un mantello pesante, per poi fissarlo a tracolla o in vita, dove può anche fungere da imbottitura per lo zaino. Questo sistema ha anche permesso di far rimanere asciutto il contenuto .
• Le borracce di pelle o di zucca scavata sono indispensabili: tra i gruppi ve ne erano meno di una a testa e, poiché il consumo di acqua è stato molto più elevato del previsto, se non ci fossero stati torrenti e fonti e il tempo fosse stato più soleggiato si sarebbe patita la sete.
• I mantelli di lana, molto utili per non bagnarsi, sono di grandissimo impaccio quando si deve passare in mezzo ai cespugli, ai rovi o ai rami bassi. Quando lo storico greco Polibio scrive, a proposito della battaglia di Talamone, che i guerrieri gaesati combattevano nudi perché: "la località era sparsa di rovi che si sarebbero altrimenti impigliati agli indumenti e avrebbero reso difficile il maneggio delle armi" (II, 2, fraintende certamente le ragioni della nudità rituale, ma coglie un problema reale.

La fatica fisica è stata considerevole, ma non uguale per tutti:
• I “popolani”, carichi di zaini e barelle, si sono stancati per primi, ed è stato necessario ridistribuire il loro carico, trasformando in portatori anche gli armati leggeri e, più tardi, perfino quelli pesanti.
• Gli armati leggeri, inizialmente avvantaggiati, sono stati quasi subito assimilati ai “popolani”, condividendone le fatiche.
• Gli armati pesanti non hanno avuto difficoltà rilevanti: verso la fine della giornata di sabato avevano ancora energie sufficienti per compiere un’esplorazione, tornare indietro ad avvisare gli altri e perfino trasportare una parte del carico. In tal modo, però, si sono affaticati quanto gli altri, e difficilmente sarebbero stati pronti ad un ipotetico scontro o a difendere i compagni di viaggio.

La velocità media è stata molto bassa: un percorso stimato in una dozzina di km è stato completato in oltre 8 ore, ad una media di 1.2 km/h circa. Queste le ragioni principali:
• Soste frequenti per cambio zaini e riparazioni.
• Terreno poco praticabile: fango, rovi, ostacoli naturali causati anche dal tempo avverso.
• Problemi di orientamento.
• Solidarietà umana che ci ha impedito di lasciare indietro i portatori meno rapidi o di costringerli ad accelerare.
• Scarsa preparazione fisica rispetto all’uomo medio del III secolo a.C.
• Scarsa motivazione psicologica: al di fuori della finzione, nessun nemico ci inseguiva per ucciderci.
Mentre i primi tre problemi si presentavano verosimilmente anche nell’antichità, gli altri tre si possono considerare un “inquinamento” della sperimentazione da parte della modernità a cui, malgrado tutto, apparteniamo.

La cucina sul campo, infine, non presenta grosse difficoltà: le risorse del bosco si possono sfruttare facilmente per reperire legname e per costruire piastre, spiedini e pinze da fuoco. L’umidità, in sé, non impedisce di accendere il fuoco; tuttavia è indispensabile tenere all’asciutto non solo l’esca, ma anche un materiale infiammabile (paglia, foglie, etc.). che bruci per un tempo sufficiente a propagare il fuoco alla legna. Gli animali, però, andrebbero mangiati poco dopo l’abbattimento: due giorni di pioggia e urti hanno fatto marcire le interiora dei conigli, rendendone immangiabile la maggior parte.

Tutti i partecipanti ne convengono: l’esperienza è stata faticosa ma soddisfacente, sia sul piano umano che su quello della sperimentazione; le avversità atmosferiche l’hanno resa, forse, più significativa. Andrà certamente ripetuta anche in condizioni diverse, apportando qualche miglioramento suggerito dall’esperienza, introducendo nuove variabili e rendendo ancora più rigorosa l’osservazione.

Per qualsiasi informazione, o per ricevere materiale informativo o fotografico:


Via Santa Sofia, 2
20059 Vimercate (Mi) – Italia
Popolo di Brig
info@popolodibrig.it
www.popolodibrig.it
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categoria:popolo di brig, equipaggiamento militare
sabato, 16 maggio 2009
Rescaldina 2008:

mi è stato segnalato questo video, girato a Rescaldina nel 2008, su cui è stata inserito un video metal.



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categoria:video di gran levatura didattica, mostre ed incontri
venerdì, 15 maggio 2009
Rescaldina, 24-25-26 aprile:
Fuochi di Beltane

Galleria d'immagini della giornata di sabato:
dalla galleria del gruppo Nertobacos
Nella foto, le famose e temute Truppe d'assalto celtiche


dalla galleria del gruppo Kenomanes Ambatii
Nella foto il momento del banchetto funebre


Durante la manifestazione è stato messo in scena un banchetto funebre, con relativa pira funeraria, per il nobile Anarekartos, morto nella battaglia sul fiume Ticino (218 a.C.).

Anarekartos: nome di capo politico o di argantodannos/argantokomaterekos, cioè di magistrato addetto al conio, attestato in caratteri nord etruschi su dracma padana [Arslan, tipo III] di derivazione massaliota, datata prima metà IV secolo a.C. La moneta venne perduta nella seconda guerra mondiale.


Anarekartos, figlio di Catumandus, aveva appreso l’uso delle armi e dell’andare a cavallo presso Viridomaro dei Bergomates, ed era sceso in battaglia all’età di 16 anni, assieme al suo padre adottivo.
Da allora era stato sempre un guerriero dotato di grandi qualità e lealtà alla parola data.
Sua moglie era Virindilla, donna di grande bellezza delle genti comensi, che aveva generato bel 3 figli maschi ed una femmina, tutti cresciuti sani e forti.
Anarekartos era un uomo rispettato e benvoluto tra gli Insubri e temuto dai suoi nemici.
E’ una grande perdita.




Sfortunatamente Taranis non è stato clemente, e nella prima mattinata di domenica ha fatto piovere torrenti dal cielo, rendendo impossibile la raccolta delle ceneri della pira e la loro deposizione in tomba a pozzetto.

giovedì, 07 maggio 2009
A cura del dott. Corrado Re e della dott. Lara Comis!!:
Domenica 10 maggio, al neoinagurato MUV,Museo della Civiltà Villanoviana di Villanova di Castenaso:

PRESENTAZIONE DELLA RICERCA SPERIMENTALE SUI RITI GUERRIERI DELLA CULTURA VILLANOVIANA

Ore 10: Al MUV saranno presentati i risultatidi un percorso di ricerca antropologica e archeologica, che, prendendo spunto dalla stele delle spade della necropolidi Marano, indaga i rapporti tra rito, armi e danza nellacultura Villanoviana. Il rinvenimento della stele dellespade della necropoli di Marano, ove sono rappresentatiguerrieri impegnati in un duello, ha rappresentato unimportante documento dei rapporti tra rito e uso delle arminella cultura villanoviana. Da questo stimolo è nato unprogetto di ricerca antropologico ed archeologico sulle armi e gli armati villanoviani ed i rapporti tra culturadelle armi, ritualità e danze.Le danze sonoconnesse alla ritualità ed all’attività bellica in molteculture, tra cui quella greca e quella etrusca. In questasede vengono presentati i primi risultati della ricerca.Comunicazioni di Lara Comis e Corrado Re.

Ore11,30 circa: Presentazione della ricostruzione sperimentaledell’armamento ed equipaggiamento dei guerrieri v illanoviani, dei combattimenti rituali e di una danza armata connessicon i riti funerari e con l’addestramento allearmi.

Il programma dell' evento:

http://www.q-pro.it/eventi.asp

http://www.comune.castenaso.bo.it/news_dal...ta_villanoviana

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categoria:incontri, tradizioni italiche
martedì, 14 aprile 2009
Rescaldina, 24-25-26 aprile:
Fuochi di Beltane


Rescaldina:


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218 a.C.

'alcuni erano stati costretti a combattere al fianco dei romani. Vedendo questi fatti, Annibale decise di non temporeggiare, ma di avanzare e prendere qualche iniziativa per incoraggiare coloro che volevano esser partecipi con loro delle stesse speranze'
Polibio, Storie, libro III, 60,12

Sul Ticino la cavalleria numida di Annibale si scontra, vittoriosa, con la cavalleria gallica e schermagliatori romani; Publio Cornelio Scipione rimane ferito ad una gamba ed è costretto a ritrarre l'esercito consolare fino a Piacenza.




Durante la ricostruzione storica:

Venerdì 24:

apertura del campo; in serata conferenza introduttiva a cura del Dott. Livio Asta, presidente dell'Associazione Storico Culturale Popolo di Brig.


Sabato 25:

- Stage di modellazione di Terracotta per le Scuole, a cura del gruppo Adui
- Stage di tessitura con le Tavolette, a cura del gruppo Kenomanes Ambatii
- Stage di tiro con l’Arco per bambini e adulti
- Banchetto funebre e pira con incinerizione
- Sccensione dei fuochi per la festività di Beltane, propizia per la primavera

Domenica 25:

- Raccolta delle ceneri ed ossa incombuste e deposizione in dolio

E molto altro..


Gruppi partecipanti:
- Kenomanes Ambatii
- Teuta Adui
- Terra Boica: Nertobacos - Foionco
- Teuta Laevi
- Teuta Vertamocori
- Teuta Brig
- Legio XIII fulminata



In più, dal 3 aprile, è attiva al supermercato Auchan di Rescaldina una mostra con l'esposizione di reperti archeologici riprodotti dai gruppi partecipanti alla manifestazione storica.

Abbiamo preferito iniziare 'il plot storico' da sabato, per avere la piena presenza dei gruppi.



Programma manifestazione qui: http://www.prolocorescaldina.it/images/FestaCeltica2009.pdf
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martedì, 14 aprile 2009

19/04/2009 L'ARTE DEL VASAIO

10.30-18.00 - L’incontro è finalizzato alla scoperta di tutte le fasi di realizzazione di un recipiente in ceramica ed offrirà la possibilità di osservare e partecipare a fasi di manifattura sotto la guida dell’archeologo sperimentalista Roberto Deriu, del ceramista Gino Geminiani coadiuvati dagli operatori didattici del Parco Archeologico.

Ore 10.30
Inizio delle attività di preparazione della fornace e caricamento dei vasi.

Ore 11.00
Dimostrazione di foggiatura sperimentale con l’utilizzo del tornio a ruota.

Ore 12.00
Accensione del fuoco con tecniche e materiali diffusi nell’età del Ferro e prime fasi di alimentazione della fornace.

Ore 13.00
Buffet etrusco (su prenotazione)

Ore 15.00
Laboratorio di foggiatura al tornio elettrico (partecipazione aperta al pubblico)
Laboratorio di ceramica per bambini.

Ore 18.00
Conclusione delle attività con la visione della fornace in fase di cottura avanzata e riflessione sull’attività di sperimentazione.

Info e prenotazioni
tel. 348.0394636
www.parcoarcheologicoforcello.it

scarica PDF


L'incontro è a cura di Roberto Deriu e Gesti Ritrovati.

 

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